E’ difficile spiegare il senso di vuoto rossonero di questo lunedì 4 aprile. Anzi, pensandoci meglio, è facile. È un vuoto dettato dalla sensazione che il Milan non ci sia più. La liquefazione di Bergamo e prima di questa la scomparsa di Cesarone Maldini, due montanti al mento di chi, ancora – ma alla fine sono proprio tutti – si ostina ancora a volere bene a questi colori, a imbiancare col rosso e il nero i muri delle sue giornate, a sentire un’appartenenza che è dei tifosi e che era di Cesarone, un pezzo enorme della storia e della cultura di questo grande club in questo momento mesmerizzato nella mediocrità, nell’incertezza del domani, negli egoismi, nella mancanza di coesione, nell’assenza di un minimo sindacale di valori che dovrebbero abitare in una squadra di calcio. Nel fottersene del Milan, anche, in certi casi. Insomma, in tutto quello che stava fuori dalla stratosfera di Maldini e dei Maldini, un ramo dinastico dell’Associazione Calcio, la casa reale del Diavolo messo all’angolo da altri, dal fuoco amico.
Sessantadue anni in cui questa casata non è stata presente all’appello generale per soli quattro, tra l’altro piuttosto bui, dal 1974 al 1978, quando a Linate, accompagnato da tanto padre, si presentò per un provino Paolo, ovviamente ingaggiato al volo e bollato come raccomandato dagli altri genitori dei virgulti rossoneri, che già sognavano per i loro pargoli le maglie di Rivera, di Maldera (a proposito, l’altra grande dinastia milanista, inizia con Mald, guarda un po’ te). Talmente raccomandato, il Paolino, che intravviste le sue doti al campetto, daddy Maldinone gli chiese se voleva provare in qualche squadra grossa e quale, Milan o Inter? L’infantile amore di Paolo per la Juve ha fatto sì che il ditino si puntasse sulla maglietta, spesso scudettata, con cui aveva visto il genitore in cento e cento foto. E la storia si ripete, anzi, decolla.
Cesarone era il tavolo all’Assassino condiviso con Nereo Rocco, le trasferte col Pepe Schiaffino, il pomeriggio della vigilia di Wembley, con la scena del pullman, “fioi, chi gà paura no smonti”, e il Paròn molla il culone sul sedile. Poi la Coppa alzata al cielo con la maglia del Benfica, che almeno era simile alla maglia della Triestina, di fianco uno scricciolo in soprabito, Gianni Rivera. E ancora Viani che gli dà del vigliacco a Madrid perché non vuole rientrare con uno strappo alla coscia, e finisce male, e sempre a proposito di pagine scure c’è quella triste esperienza del 1974: finalmente capoallenatore, finalmente Rocco ha ceduto lo scettro al figlio calcistico, ma il Milan del post 5-3 è allo sbando. Sei sberle dall’Ajax, scazzo epocale con Benetti e con altri della banda, e poi un umiliante 1-5 nel derby, 0-3 dopo 9 minuti, un disastro, una Waterloo totale, da lì a poco le dimissioni.
Se ne ricordó Cesarone 27 anni dopo, 11 maggio 2001, mentre il Milan di Comandini e Giunti – vabbé, anche di Paolo e di Sheva – non smetteva più di buttare palloni dentro la porta dell’Inter, lui ridacchiava quasi incredulo e comunque misuratissimo passandosi la mano tra i capelli inesorabilmente ancora lunghi. La vendetta è un piatto ibernato, altro che freddo, e il tempo sa essere galantuomo come lo è stato lui, grande Cesare, Capitano, bandiera, cuore rossonero, che non c’è più, non lo vediamo più, ma i veri fantasmi li abbiamo invece visti, regolarmente vestiti di bianco, da un’altra parte, in diretta e a pagamento. Cesare l’uomo vero che ha avuto una famiglia, un calcio, una squadra, una faccia sola. CesarOne, torna presto insieme a Paolo e ai tuoi Maldini, proprio oggi, in questo momento, c’è il vuoto e c’è tanto bisogno di voi.
This post was last modified on 5 Aprile 2016 - 09:44